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Ultimo aggiornamento (Lunedì 19 Dicembre 2016 17:25)

 

PostHeaderIcon DECRETO ATTUATIVO LEGGE "DOPO DI NOI".

 

Puntale e dettagliato, il decreto attuativo per la legge 112/2016 sul dopo di noi individua in maniera stringente le priorità: progetti più che strutture. Fissa a un massimo di 5 le persone che potranno essere accolte nelle nuove case. I ricoveri in strutture che non rispondono a queste caratteristiche? Solo a tempo.

 

La legge sul ‘Dopo di noi’ diventa concretamente operativa. Dopo l’intesa raggiunta il 10 novembre in Conferenza Unificata, i ministri Poletti, Lorenzin e Padoan hanno infatti firmato il decreto attuativoche fissa i requisiti per l’accesso al Fondo istituito dalla legge: 90 milioni di euro per il 2016. Il decreto contiene diverse novità e sottolineature, che rendono ancora più esplicito e stringente l’obiettivo della legge: non fare nuove strutture, ma accompagnare le persone. Per Roberto Speziale, presidente di Anffas, che tanto ha contribuito a portare esperienze e riflessioni dentro questa legge, «oggi la legge 112 e il suo decreto attuativo è quanto di più innovativo c’è in Italia, a sistema, in chiave di Convenzione Onu». Ma andiamo con ordine fra i sei articoli del decreto (in allegato).

 

Art. 1 – le definizioni

Puntuali, con esplicito riferimento al “durante noi”. La legge infatti - si chiarisce - non è solo per le persone con disabilità grave senza più genitori ma anche per quelle i cui genitori «non sono in grado di fornire l’adeguato sostegno genitoriale» nonché «in vista del venir meno del sostegno genitoriale». Viene esplicitato il legame con il progetto personalizzato della legge 328 e – novità assoluta – introdotto il “budget di progetto” (vedi sotto).

 

Art.2 – valutazione multidimensionale e budget di progetto

Agli interventi finanziati dal Fondo, le persone con disabilità grave prive del sostegno famigliare (come definite sopra) accedono «previa valutazione multidimensionale, effettuata da equipe multiprofessionali […] secondo i principi della valutazione bio-psico-sociale e in coerenza con il sistema di classificazione ICF». Questa valutazione è finalizzata alla definizione di un progetto personalizzato, che contiene – è la prima volta che viene citato - il «budget di progetto», ovvero «l’insieme di tutte le risorse umane, economiche, strumentali, da poter utilizzare in maniera flessibile, dinamica e integrata». Il progetto personalizzato è definito assicurando «la più ampia partecipazione possibile della persona con disabilità grave, tenendo conto dei suoi desideri, aspettative e preferenze e prevedendo il suo coinvolgimento pieno nel successivo monitoraggio e valutazione». Sono tutte novità, dal momento – spiega Speziale – che «il sistema attuale fa una valutazione parcellizzata, abbiamo quasi sempre dei PAI segmentati, qui invece siamo dentro un progetto di vita e una volta individuato il progetto di vita la residenzialità e soluzione abitativa diventano coerenti con esso e con la valutazione della persona. Per la prima volta si parla di budget progetto, significa che non ragioniamo più in termini di rette e posti letto ma di progetto di vita: il budget di progetto garantisce le risorse economiche a ciascuno per potersi costruire “il vestito su misura”, questo è di portata assolutamente innovativa perché non c’è da nessun’altra parte, il decreto attuativo della legge 112/2016 ha anticipato quella proposta che abbiamo costruito in seno all’Osservatorio sulla disabilità e inserito nel nuovo Programma biennale d’azione (ne abbiamo parlato qui), immaginando il budget di progetto come lo strumento futuro, che si dovrebbe allargare all’intero sistema. Ha anticipato i tempi. In questo senso la legge diventa quando di più innovativo c’è, a sistema».

 

Art. 3 – interventi e servizi

Cosa potrà finanziare questo fondo? Quali interventi e servizi? Sembrava un punto un po’ vago nella legge, ma ora il decreto attuativo sceglie di essere estremamente dettagliato. Lo fa nei sette commi dell’articolo 3, con un fortissimo rimando alla Convenzione Onu, all’autodeterminazione delle persone con disabilità e al sostegno da dare loro nel prendere decisioni e nei sette dell’articolo 5. Si afferma che con il fondo possono essere finanziati percorsi di accompagnamento per l’uscita dal nucleo familiare di origine o per la deistituzionalizzazione, interventi di supporto alla domiciliarità in soluzioni alloggiative dalle caratteristiche ben descritte, programmi di accrescimento della consapevolezza e di abilitazione per la gestione della vita quotidiana. Prioritariamente quindi si citano percorsi, non muri e strutture, benché resti tuttavia la possibilità di utilizzare risorse del fondo anche a interventi per la realizzazione di soluzioni alloggiative innovative, ma con caratteristiche precise (vedi sotto) e «in via residuale» per interventi di permanenza temporanea in una struttura extra-familiare, anche qui con paletti abbastanza precisi. Nell’ottica della priorità dei percorsi sui muri, si afferma anche che gli interventi del decreto presente non rispondono solo ai bisogni abitativi, in una logica a scomparti: questi interventi devono inserirsi in un contesto di sviluppo delle competenze verso l’autonomia e la promozione dell’inclusione sociale, motivo per cui i progetti personalizzati «sono condivisi con i competenti servizi per il collocamento mirato».

Continua Speziale: «Per noi era molto importante legare l’intervento più ancora di quanto facesse la legge al progetto individuale e al budget di progetto, non si tratta di fare strutture ma progetti. Il decreto centra perfettamente questo obiettivo. Le priorità sono interessanti, la deistituzionalizzazione è citata esplicitamente, così come il ruolo principale e attivo della persona e della famiglia. Un dettaglio che non deve sfuggire, che è un po’ il cuore innovativo, è la possibilità che le soluzioni abitative che si andranno a realizzare non siano un condensato di tutte e sole persone ultracinquantenni con disabilità grave, ma al contrario che ci possono essere persone con una disabilità grave insieme a persone con disabilità non grave e anche a persone senza disabilità: questo è il co-housing di cui parla l’articolo 3 comma 4». Il presidente di Anffas cita a tal proposito una sperimentazione innovativa realizzata in provincia di Trento, con una famiglia di origine immigrata ma molto integrata ospita due persone con disabilità, offrendo loro i necessari supporti (qualcosa di analogo, sul fronte malattia mentale, è stato sperimentato anche qui).

 

Art. 3 comma 4 – le soluzione alloggiative

Sei i paletti per descrivere le caratteristiche delle soluzioni alloggiative per il dopo di noi, oggetto della legge, oltre alla precondizione già presente nella legge del riprodurre «le condizioni abitative e relazionali della casa familiare». Eccole: potranno viverci non più di 5 persone (anzi, «4 più un posto per le emergenze e/o il sollievo», precisa Speziale), con una scelta di mettere nero su bianco una dimensione per le strutture che nella legge non c’era; complessivamente non ci potranno essere nello stesso contesto più di due moduli abitativi di 5 (cioè ancora una volta non più di dieci persone al massimo, di cui due per emergenza e/o sollievo, «ma non nella logica 8 + 2, bensì con due moduli fra loro funzionali di 4 + 1», chiosa ancora Speziale»; le persone potranno portarsi mobili propri, le camere dovranno essere preferibilmente singole, dovrà essere promossa la domotica, non dovranno essere in contesti isolati ma «in zone residenziali» e se rurali solo «all’interno di progetti di agricoltura sociale». Dovranno essere «aperte alle comunità di riferimento e permettere la continuità affettiva e relazionale degli ospiti». Infine, «non sono previsti in via generale requisiti strutturali»: saranno normali abitazioni civili.

 

Art. 3 comma 7 – l’emergenza

Questo articolo, insieme alla lettera e) comma 4 dell’articolo 5, affronta il tema della permanenza temporanea in strutture con caratteristiche diverse da quelle qui definite: per alcuni è il punto più fragile e ancora pericolosamente ambiguo della legge. «In situazioni di emergenza» e in particolare quando «i genitori non sono temporaneamente nelle condizioni di fornire alla persona con disabilità grave i sostegni genitoriali necessari ad una vita dignitosa» (non si parla più di assistenza) e dove «non è possibile ovviare ai medesimi con servizi di assistenza domiciliare che permettano la permanenza della persona con disabilità grave al proprio domicilio», ecco che il fondo può finanziare la «permanenza temporanea in strutture dalle caratteristiche diverse da quelle definite al comma 4», a condizione che questa soluzione sia «nel superiore interesse» della persona disabilità, che siamo indicati i tempi del rientro in famiglia, cessata l’emergenza e che sia comunque rispettata la volontà della persona. Alle preoccupazioni di alcuni genitori, Roberto Speziale risponde così: «Non abbiamo risolto tutti i problemi e non è la legge dei sogni, ma nel contesto e tenendo conto del punto di partenza, abbiamo ottenuto dei risultati. La legge consente la permanenza a domicilio, ma ancora una volta con un progetto personalizzato, e per la volta parla di deistituzionalizzazione. Indica una direzione precisa, ma non è la legge sulla deistituzionalizzazione, questo è chiaro. Stiamo iniziando a lavorare per arrivare a una “180 della disabilità”, ma è importante farlo senza ripetere gli errori della 180. Questa è ancora una legge che interviene sull’emergenza, ma che introduce una discontinuità con quanto è sempre stato fatto, è stata scitta una pagina importante che crea un precedente che orienterà un po’ tutto». Anche Elena Carnevali, deputata Pd già relatrice della legge alla Camera, afferma che «la legge che ora diventa operativa aiuterà a sostenere progetti di natura sperimentale e anche ad avviare un percorso, che sappiamo lungo, per invertire quella tendenza tutta italiana a considerare le grandi strutture da oltre 30 posti come unica risposta per il dopo di noi. La nostra logica è stata quella di ampliare la possibilità di scelta, in linea con l’articolo 19 della Convenzione Onu. Nessuno pensa che il cohousing possa essere la risposta per tutte le persone con disabilità, ma la prima platea a cui si rivolge la legge sono le persone con una disabilità intellettiva e relazionale, fino ad oggi forse tra i più trascurati».

 

Art 4 – le priorità

L’accesso alle misure del fondo è garantito in via prioritaria a quanti ne «necessitano con maggiore urgenza», tenendo conto cioè delle limitazioni dell’autonomia, dei sostegni che la famiglia è in grado di dare, delle condizioni economiche e abitative e ambientali. Tre categorie di persone avranno la priorità: chi manca di entrambi i genitori ed è del tutto privo di risorse economiche proprie, che non siano i trattamenti percepiti in ragione della disabilità stessa; chi ha genitori che per età o loro stessa condizione di disabilità non possono più garantire nel futuro prossimo il sostegno genitoriale necessario; le persone con disabilità gravi inserite in strutture residenziali dalle «caratteristiche molto lontane da quelle della casa familiare». Il focus prioritario sulla gravità è un tratto distintivo della legge: «È un po’ un paradosso, perché le persone che non hanno una grave disabilità potrebbero avere più opportunità di vita indipendente, è vero, ma è anche vero che altre norme e lo stesso fondo per la non autosufficienza già consentono di sostenere in parte questi progetti, l’urgenza era proprio pensare ai più gravi», spiega Speziale: «In futuro, con più risorse, si potrà arrivare a più persone».

 

Art. 4 comma 4 – il protagonismo delle famiglie

Al comma 4 dell’articolo 4 si dà corpo a quel passaggio della legge che parlava di “ottica mutualistica”: «le Regioni promuovono altresì interventi volti al riutilizzo di patrimoni per le finalità del decreto presente, resi disponibili dai familiari o da reti associative di familiari di persone con disabilità grave in loro favore, indipendentemente dai criteri di priorità».

 

(vita.it)

Ultimo aggiornamento (Giovedì 01 Dicembre 2016 10:53)

 

PostHeaderIcon PSICOLOGO E PSICHIATRA


Qual è la differenza


tra uno Psicologo e uno Psichiatra?

Adriano Stefani Psicologo

Qual è la differenza tra uno Psicologo e uno Psichiatra?

Molte persone non hanno una chiara idea della differenza che esiste tra queste professioni, ma se si sta cercando aiuto da un professionista della salute mentale, è di fondamentale importanza conoscere in cosa differiscono le prestazioni che vengono offerte da queste due figure professionali.

La risposta più semplice – ma che dice poco ai non addetti ai lavori – consiste nel descrivere i differenti percorsi di studio necessari per arrivare a svolgere le due professioni. Lo Psichiatra ha una laurea in Medicina e Chirurgia e una specializzazione post-lauream in Psichiatria. Lo Psicologo ha una laurea in Psicologia, ma per utilizzare il titolo di “Psicologo”, oltre alla laurea, deve aver superato l’Esame di Statoed essere regolarmente iscritto all’Albo Professionaledell’Ordine degli Psicologi.

Spesso si usano informalmente termini come “Terapeuta”“Terapista”, che non corrispondono necessariamente ad una specifica professione. Di fatto numerose e diverse professioni utilizzano questi termini, ma attenzione: dietro ad un generico “Terapista” potremmo trovare uno Psicologo, uno Psichiatra, uno Psicoterapeuta, un Fisioterapista, un Counsellor professionista o persone senza un titolo di studio riconosciuto che si occupano di terapie non convenzionali.

Quindi per evitare sorprese, è importante chiedere sempre al professionista cui ci si rivolge quale percorso di studio ha seguito e di quali titoli si può fregiare. Se il professionista non ha nulla da nascondere, sarà ben felice di fornire le informazioni richieste.


Visione medica e visione psicologica della salute mentale
La differenza più importante e sostanziale tra le due professioni riguarda l’oggetto di studio e di intervento.

Lo Psichiatra si occupa di disturbi mentali a carico del sistema fisico dell’essere umano. Lo Psicologo guarda agli aspetti emotivi e cognitivi del disturbo mentale.

Le conseguenze sul lato pratico sono notevoli: lo Psichiatra richiede e valuta esami medici, prescrive farmaci generici e psicofarmaci. Lo Psicologo non prescrive farmaci, ma utilizza come strumenti di intervento il colloquio, la somministrazione di test, il sostegno empatico e - se è anche psicoterapeuta - le tecniche di intervento psicoterapeutiche.

Lo Psichiatra, che è innanzi tutto un medico, ha un rapporto col paziente di tipo medico-paziente ossia un rapporto asimmetrico in cui il paziente è la parte dipendente in stato di necessità, mentre il medico ha il ruolo del professionista competente che sa, guida e dà prescrizioni. Lo Psicologo punta invece sul rapporto paritetico col paziente, un rapporto individuo-individuo in cui sia presente innanzi tutto la fiducia, perché senza la fiducia nessun lavoro psicologico può essere portato avanti.

Lo Psichiatra tende a curare il disagio psichico andando a riequilibrare gli scompensi chimici che vengono a crearsi nel cervello di una persona sofferente. Ad esempio è stato rilevato che, in concomitanza di alcune forme di depressione, l’attività di un neurotrasmettitore chiamato serotonina – una sorta di messaggero dell’attività psichica – è meno intensa. Lo Psichiatra interviene su questo scompenso sul piano fisico, somministrando uno specifico farmaco per la psiche – uno psicofarmaco – che incrementa l’attività della serotonina. Il paziente sta meglio ma deve continuare ad utilizzare gli psicofarmaci.

Lo Psicologo è cosciente degli squilibri chimici ma preferisce correggerli con un’altra strategia: vuole riattivare le risorse, la capacità di scelta, le emozioni positive del paziente in modo che stia meglio e sia in grado di riequilibrare da sé gli squilibri chimici del proprio cervello.

Talvolta le due professioni collaborano nel perseguire la salute di un dato paziente. In questi casi il disturbo viene affrontato in modo parallelo sia dal punto di vista psicologico sia dal punto di vista psichiatrico. Questo può avvenire quando un paziente presenta sintomi molto gravi che possono culminare nell’aggressione o nella distruzione di sé o di altre persone. In questi casi lo Psichiatra somministra una terapia farmacologica che limiti la distruttività del paziente, mentre lo Psicologo lavora per riattivare le risorse di crescita del paziente.

Ultimo aggiornamento (Martedì 22 Novembre 2016 17:05)

 

PostHeaderIcon MORTE IN PSICHIATRIA

L'UnioneSarda.it » Cronaca » Mantova, sardo muore durante il ricovero in Psichiatria: disposta l'autopsia

CRONACA » SASSARI

Mantova, sardo muore durante il ricovero in Psichiatria: disposta l'autopsia

Oggi alle 09:07


l ospedale di mantova

L'ospedale di Mantova

 

È stata disposta l'autopsia sul cadavere di un 52enne sardo morto la settimana scorsa mentre si trovava nel reparto di Psichiatria all'ospedale Carlo Poma di Mantova.

L'uomo, originario di Sassari, era stato ricoverato in stato di ubriachezza e i sanitari avevano riscontrato un forte stato di agitazione; giovedì sera la polizia era intervenuta in un condominio del centro di Mantova poiché il 52enne tirava calci e pugni contro la porta e le pareti della sua abitazione, urlando a squarciagola.

 

Il personale medico non è riuscito a calmarlo ed è stato quindi chiesto nei suoi confronti un trattamento sanitario obbligatorio e il ricovero coatto.

In ospedale gli sono stati somministrati dei sedativi, poi il sassarese è stato portato nel reparto di Psichiatria dove, alle prime luci del giorno successivo, è morto per arresto cardiocircolatorio.

Il suo corpo è ora a disposizione dell'autorità giudiziaria per l'esame autoptico che verrà svolto oggi o domani.

Ultimo aggiornamento (Martedì 22 Novembre 2016 16:58)

 

PostHeaderIcon MANDALA

Ultimo aggiornamento (Giovedì 05 Novembre 2015 08:20)

 

PostHeaderIcon IL MANICOMIO CHIMICO

CRONACHE DI UNO PSICHIATRA RILUTTANTE DI PIERO CIPRIANO (2015) – RECENSIONE

l libro del collega psichiatra Piero Cipriano si inserisce in un filone di (auto)denuncia sulla psichiatria di oggi, che in parte trae ispirazione dalle opere del giornalista americano Whitaker, citato a più riprese nel volume.

Cipriano, che si definisce un basagliano, svolge la propria attività in un SPDC di Roma e ha accumulato anni di esperienza nella “trincea” psichiatrica, fino a diventare riluttante all’attuale sistema di cura, che si avvale purtroppo ancora troppo spesso della contenzione fisica, per non parlare di quella farmacologica. Il libro è una sorta di confessione abbastanza confidenziale in cui l’autore racconta in modo critico la sua pratica clinica, arricchendo la narrazione con riferimenti a libri che ha letto, a film che ha visto, a convegni a cui ha partecipato.
Direi un racconto psichiatrico molto umanistico e umano, dove emerge fortemente l’amore dell’autore per la letteratura (in particolare Bolano) e l’interesse per le persone e la loro storia. Cipriano scrive bene, anche se a tratti indugia un po’ troppo sull’autocelebrazione dello psichiatra controcorrente, senza macchia e senza paura, paladino dei poveri pazienti indifesi, spesso vittime di colleghi sadici. Le parti più riuscite sono a mio avviso i racconti delle storie dei pazienti incontrati nell’SPDC romano, ottimo osservatorio dell’attuale patologia psichiatrica metropolitana, con tutti i risvolti sociologici del caso (tra le altre cose si parla anche di rom ed etnopsichiatria, di psicanalisti psicotici, di deliri da cannabis e cocaina, etc.).

Come altri libri del genere la parte di denuncia critico-distruttiva al sistema attuale è di gran lunga superiore a quella propositiva fatta di soluzioni reali e possibilmente efficaci per risolvere alcuni dei problemi della cura della patologia mentale più grave (schizofrenia e dintorni). C’è qualche accenno ad alcune soluzioni ispirate al modello triestino (zero contenzioni, SPDC aperti, Centri di salute mentale aperti 24 ore), che paiono sicuramente affascinanti, ma non hanno mostrato dove applicare queste rivoluzioni in termini di risultati terapeutici.

La denuncia desta sicuramente più clamore rispetto al racconto delle cose che funzionano, all’impegno silenzioso di tanti operatori che fanno del loro meglio per compiere il proprio dovere, spesso in condizioni lavorative difficili. Il problema delle contenzioni è sicuramente vitale e desta sempre molto clamore mediatico, ma pensandoci bene non è forse il problema principale della psichiatria di oggi, come possono esserlo lo stigma, l’esclusione sociale o una riabilitazione psichiatrica realmente efficiente che riporti la persona che soffre di un problema psichiatrico grave a un funzionamento e una qualità della vita accettabili.

Il manicomio chimico è un racconto sicuramente autentico, che a tratti ti fa arrabbiare non tanto per la questione delle contenzioni, quanto perché fa trasparire un certo senso di impotenza che abbiamo di fronte alla follia e alla sua cura.
Per saperne di più: http://www.stateofmind.it/2015/07/manicomio-chimico-psichiatria/


PER SAPERNE DI PIÙ: HTTP://WWW.STATEOFMIND.IT/2015/07/MANICOMIO-CHIMICO-PSICHIATRIA/

Ultimo aggiornamento (Mercoledì 28 Ottobre 2015 19:44)

 

PostHeaderIcon ADOLESCENTI NELLA RETE

ADOLESCENTI NELLA RETE

30 ottobre - ore 20.30

Jonas Onlus, Centro di clinica psicoanalitica per i Nuovi Sintomi, associazione senza fini di lucro fondata da Massimo Recalcati, si occupa della cura, la prevenzione e la ricerca scientifica dei sintomi del disagio contemporaneo: anoressie-bulimie, obesità, depressioni, attacchi di panico, dipendenze patologiche.

La sede Jonas di Varese, in collaborazione con l'Istituto Salesiano A.T. Maroni di Varese, organizza l'incontroADOLESCENTI NELLA RETE, nell'ambito dell'omonimo progetto di prevenzione e formazione all'uso consapevole dei social network, rivolto agli studenti dell'Istituto.

Relatori della serata saranno la dott.ssa Valeria Maiano e il dott. Massimo Porta, psicologi di Jonas Varese.

Il progetto “Adolescenti nella rete” origina dall’evidenziarsi di una sempre maggiore presa e costrizione degli adolescenti all’interno dei subdoli meccanismi dei social network. Computer, telefonini e molti altri dispositivi affascinano gli adolescenti fin da un’età molto precoce, facendo loro cedere che attraverso l’uso di tali strumenti sarà possibile avere sempre più amici e relazioni: in realtà ciò che tali strumenti fanno credere non corrisponde al vero. Come fare allora a trovare la giusta misura fra la protezione verso i propri figli, il loro desiderio di crescere ed essere autonomi e la fascinazione di tutti gli strumenti che la società di oggi propone?

L’incontro si svolgerà venerdì 30 ottobre alle 20.30 a Varese, presso l'Auditorium dell'Istituto Salesiano di  Piazza San Giovanni Bosco, 3 - VARESE.

La referente della serata è Erika Minazzi, psicologa psicoterapeuta, Presidente di Jonas Varese.

Verrà rilasciato attestato di partecipazione.

Vi attendiamo!

 

PostHeaderIcon I FARMACI NEL CONTESTO DELLA SALUTE MENTALE

L’ipertrofia della funzione del farmaco, rispetto alle altre dimensioni essenziali della relazione interpersonale e terapeutica, è sotto gli occhi di tutti. 
Fare in modo che il farmaco perda il suo alone (pseudoscienti!co) di onnipotenza e sia semplicemente utile, per un periodo di tempo circoscritto, deve tornare ad essere un obiettivo qualificante per la psichiatria di comunità italiana affinché rimanga consapevole che il pieno esercizio dei diritti di cittadinanza, compreso quello alla guarigione, non ha nulla a che fare con i recettori della serotonina o della dopamina.


Per questo l’Associazione “Rete Italiana Noi e le Voci” e il CNR (Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione) organizzano il Convegno


I farmaci nel contesto della salute mentale:
significati, esperienze, strategie di riduzione e sospensione

con Will Hall
Lunedì 2 novembre (ore 9-17), presso il CNR, aula Marconi, Roma.

Il seminario è rivolto a operatori (di qualsiasi professionalità), pazienti e familiari, nella convinzione che tutti i punti di vista siano ugualmente importanti e che sia necessario creare occasioni di dialogo e di confronto.

Grazie del’attenzione e cari saluti,
Marcello Macario
(Presidente Associazione “Rete Italiana Noi e le Voci”)

 

PostHeaderIcon SUPPORTO TRA PARI E SALUTE MENTALE: IL RUOLO ATTIVO DEGLI STUDENTI

6 novembre 2015

Auditorium Testori
Piazza Città di Lombardia, 1 - Milano

NOTIZIE E COMUNICAZIONI NELLA REGIONE LOMBARDIA E IN ITALIA

Esperto in Supporto tra Pari (ESP)

L’Esperto in Supporto tra Pari (ESP) è una persona che, grazie ad un percorso formativo riguardante la consapevolezza di sé, l’autostima, le caratteristiche del disagio psichico, la recovery e l’empowerment, ha imparato a riconoscere e valorizzare come risorsa il suo sapere esperenziale.

ESP: perché crederci ?

Semplicemente perché l’ESP è la prova che dal disagio psichico si può uscire o comunque, nonostante questo, si può avere una buona qualità di vita. Perché è in grado, grazie all’esperienza personale, di trasmettere alla persona sofferente una concreta speranza di miglioramento.

Cosa può fare: · interventi di supporto alle attività quotidiane · accompagnamento a visite · affiancamento degli operatori in attività riabilitative, laboratori creativi, espressivi e del tempo libero · assistenza domiciliare · facilitazione di gruppi auto mutuo aiuto · promozione di attività sportive e di rilassamento

Dove può lavorare: · privati · enti pubblici e privati · comunità terapeutiche · comunità assistenziali · associazioni

ESP: cosa lo contraddistingue?  L’ESP è l’esperto per esperienza vissuta. La sua forza è aver vissuto, o vivere ancora, un disagio psichico simile a colui che affiancherà. L’ESP mette in campo le proprie emozioni, la consapevolezza di sé,

ciò lo facilita e lo rende “unico” nello stabilire dei rapporti di fiducia ed empatia reciproca con il sofferente. L’ESP agisce anche favorendo l’incontro tra la persona con disagio, il territorio ed i servizi.

Accedi al PDF del volantino

Ultimo aggiornamento (Martedì 27 Ottobre 2015 18:10)

 
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